CAMPOVOLO 2015: DOVETE BADARE AL CANTANTE!

 

Non sarà semplice, ma voglio provarci. Voglio provare a raccontare Campovolo con la voce di due delle trecento mila braccia che avete visto alzate nelle foto rappresentative dell’evento (lo chiamano così).

Perché non sono un ingegnere aeronautico, non parlo di piste, di traiettorie, di aerei: vi racconto Campovolo-Luciano. Alla fine, si parlerà lo stesso di volo.

 

Luciano-Campovolo è innanzitutto un rito, come tutti i concerti di Luciano, ma con un plus. È il rito dei riti. Noi profani lo chiamiamo il Giorno dei Giorni.

 

Il giorno prima c’è sempre l’adrenalina del primo appuntamento, l’emozione del primo appuntamento con uno che ti piace tanto, quando ancora non sai i segni che un primo appuntamento può lasciare.

Il giorno prima sa di caffelatte zuccherino e sa di estate.

L’attesa di Luciano sa ancora di attesa vera, cosa rara in un mondo gusto plastica.

 

Si parte. Zaini, teli, acqua, sorrisi, gioia nel bagagliaio e su tutti i sedili. Si parte seguendo la cartina stampata con il toner quasi alla fine: nel caso c’è il navigatore e poi comunque ce la si ricorda la strada. E poi ci sono i cartelli.

 

Si arriva. La colonna non pesa, non pesa parcheggiare lontano, non pesa camminare tanto. Non pesa mai l’amore: la passione lo tiene leggero.

 

Si entra. Belle facce, gentili, allegre, pulite, sconosciute ma familiari. Ci si vuole già tutti bene. Ci si ritrova con qualcosa in comune dentro una società che si impegna a tenerci lontani. Ci si accampa in un prato che non potrebbe competere con un albergo a cinque stelle e che invece lo batte in partenza. Ci sentiamo voluti: dall’erba, dal cielo, dagli addetti, perfino dalle impalcature. Anche noi le vogliamo.

 

C’è l’intrattenimento a intervallare lo spazio del tempo che manca a vederlo salire sul palco. Restiamo lì in mezzo, a un passo dal suo palco, a un passo dalla nostra realtà. Sì, siamo proprio quelli là.

 

Si capisce che sta per iniziare perché il sole dà il cambio alla luna, incipriata di bianco, elegante, trepidante anche lei nel suo spicchio sottile di luce non invadente. Si capisce perché le lancette vanno verso l’ora giusta, quella che conosciamo da mesi, da quando abbiamo preso i biglietti con la foga di chi acquista un posto nel suo inferno o nel suo paradiso: la posizione della gioia è democraticamente relativa.

 

Arriva, puntuale. Come i gentiluomini. Arriva nel boato. Nel pianto. Nel grido. Arriva nel tutto. Arriva in quello che siamo. Noi, almeno, siamo, e siamo lì per noi e per lui.

Luciano ti butta la vita in faccia. Ti mette la felicità di fronte. Ti porta a fare rapidi conti giusti e non chiede in cambio niente, se non la voce, le mani, la faccia dove la felicità si specchia, dove la vita prende forma.

 

Luciano-Campovolo è questo: una zoomata sulla felicità piena di vita.

Campovolo-Luciano è una ricarica di speranza, di voglia, di poesia, di amore, di forza.

 

Si canta, si balla. Lui canta, parla, non a caso, non per niente.

Dicono che sia una macchina commerciale, uno che fa soldi, che fa pagare tanto i biglietti dei concerti.

Vi dico: è un uomo che fa stare in piedi tante esistenze di cui entra a far parte con le canzoni che regala, con l’anima che mette, con il rispetto con cui ci tratta.

Abbiamo tutto quando si mette sul palco, non preoccupatevi.

 

Si esce. Con i fuochi d’artificio ancora nel cuore, la musica nelle orecchie, la voce andata da un’altra parte. Si esce tenendoci per mano per non perderci, si esce ringraziando anche la luna, che ci fa l’occhiolino.

 

Si arriva. Alla macchina, al treno, alla tenda, all’albergo. Si arriva alla fine ma con un’esplosione dentro, di quelle che restano per sempre.

 

Si parte. Si ritorna a casa. Gli occhi si chiudono, gli zaini sono vuoti ma tutto conta di più. Si seguono i cartelli e le macchine davanti che vanno lente. Nessuno se ne vorrebbe andare. La colonna non pesa, nemmeno la stanchezza. L’amore corrisposto fa credere sul serio che il meglio debba ancora venire. Ci si ritrova all’autogrill a fare colazione. Siamo ancora noi: ci riconosciamo dalle fascette, dalle maglie. Ci riconosciamo da quelle facce che, però, non cambian mai.

Per fortuna, noi non cambiamo e con l’ingombro dei nostri sogni troppo belli e troppo grandi ce ne andiamo a dormire in pace, almeno per una sera, con tutto, soprattutto con noi stessi.

 

Buonanotte Campovolo.

Grazie LUCIANO.

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