FACEBOOK

E IL NUOVO MODO DI FARE RELAZIONE

Come evidenzia Geert Lovink, in Facebook si manifesta chiaramente l’ossessione collettiva per la gestione dell’identità, e al suo interno si concretizzano nuovi modi di fare e gestire relazioni, sempre permeati dalla necessità di affermare sé stessi. Facebook diventa il luogo dello scontro tra il desiderio di essere unici, di affermare il proprio Vero Io, e la spinta all’essere identici, di sentirsi uguali agli altri (Lovink 2012).

Nella valutazione delle dinamiche relazionali esplicatesi all’interno di Facebook  bisogna tener conto, inoltre, delle affordance della piattaforma, in quanto la strutturazione stessa del Social Network consente di spiegare vincoli e possibilità che condizionano l’agire dell’utente, come più volte evidenziato da Giovanni Boccia Artieri che, in uno dei suoi ultimi lavori ribadisce che «l’architettura delle piattaforme rappresenta un fattore abilitante per le pratiche che si sviluppano al loro interno» (Boccia Artieri 2015: 45).

Il primo aspetto da considerare inerisce all’idea di amicizia enucleata all’interno di Facebook.

Appare ormai evidente come il concetto di amicizia a cui il Social Network fa riferimento sia distinto dall’uso del termine nel linguaggio comune.

Per Aristotele l’amicizia, la cosiddetta philia, è il sentimento che si esprime tra coloro che sono buoni e simili nella virtù (Aristotele 1965); il filosofo greco esclude, quindi, nella contemplazione di ciò che è definibile come rapporto amicale, sia quello incentrato sull’ottenimento di un vantaggio, sia quello che si fonda esclusivamente sul piacere.

Altro aspetto caratterizzante il rapporto amicale è la condivisione; Mauro Ferraresi parla di spartizione di un momento importante della vita del soggetto «ben delimitato nel luogo e duraturo per un certo lasso di tempo» (Ferraresi 2009: 88).

Il sostrato dell’amicizia, originariamente intesa, poggia quindi su fondamenta solide, cementate negli anni e nei luoghi e avente alla base un sentimento autentico e profondo; è il motivo per cui gli amici in senso stretto sono, di norma, in numero esiguo.

Scrive, a proposito, Jacques Derrida (Derrida 1995: 209):

 

Avendo più di un amico, non si ha mai un luogo proprio, anzi a quel punto l’amico diventa non un ospite in un alloggio, ma un occupante.

 

Eppure, in Facebook, il numero medio di amici per ogni utente è di 120, con una variabilità elevata dei casi che porta ad avere punte di 500 amici per ogni soggetto[1]; al di là del riferimento al numero di Robin Dunbar, che arriva a stimare a 150 il numero di amici che la nostra mente è predisposta ad avere all’interno di una rete sociale stabile[2], bisogna necessariamente ridefinire il concetto di amicizia quando lo si relaziona al Social Network in esame.

Creare amicizia in Facebook significa creare relazione; l’approccio che sul Social Network viene innescato non ha, infatti, finalità comunicativa in senso stretto, quanto intento fatico (Giaccardi 2010), che mira alla presa di contatto senza che questa sia necessariamente seguita dall’avvio di un’interazione concreta.

La voce “amici” raggruppa quindi amici in senso aristotelico, verso i quali Facebook agisce come strumento tra altri per il mantenimento e la gestione dell’interazione; ma anche conoscenti, conoscenti di conoscenti e sconosciuti nei confronti dei quali Facebook diventa il mezzo per stabilire potenzialmente un contatto: questo contatto è orizzontale, sempre aperto, una porta costante sul possibile.

Alessandro Denti individua, a riguardo, una spinta centripeta nel mantenimento dei legami comunitari e rivolta verso amicizie consolidate extra-Facebook, e una spinta centrifuga orientata verso coloro che non si conoscono o si conoscono poco e che, in quanto tali, esercitano un enorme fascino attrattivo nel loro essere accenni di identità (Denti 2015).

Nella sub-modernità[3], a cui Facebook appartiene, si verifica una sovrabbondanza di sensi e informazioni (e non una carenza di senso) su cui il soggetto tende a sovrainvestire (Boccia Artieri 1998), e ciò accade anche nella gestione delle amicizie, in cui l’assenza di confini è sostituita dalla sovrabbondanza di orizzonti e dove la vicinanza si palesa come prossimità a distanza (Ivi).

Il numero di amici, che diventa elemento tra gli altri per l’espressione del sé e che soggiace perfettamente alla logica capitalistica dell’accumulo (Ivi), è rappresentativo, quindi, di una realtà iperonima rispetto all’amicizia fuori dalla rete che la include ma che, di fatto, la rappresenta in minima parte, poiché gli “amici” di Facebook sono perlopiù terre promesse perennemente in potenza di essere visitate.

In Facebook, come nella vita di tutti giorni fuori dal contesto mediale, i soggetti si esprimono secondo uno standard condiviso, con l’obiettivo di rendere e presentare al meglio la propria personalità, frutto dell’insieme delle operazioni che all’interno del Social Network vengono realizzate dal singolo anche in relazione all’operato degli altri utenti (Locatelli, Sampietro 2015).

Scrive a riguardo Guido Di Fraia (Di Fraia 2007: 46):

 

abbiamo in sostanza bisogno degli altri per comprendere chi siamo e, proprio per questo, oltre che a “raccontarci a noi stessi” (processi narrativi meta-cognitivi), noi costantemente ci raccontiamo agli altri.

 

Le narrazioni presenti all’interno di Facebook devono dunque essere lette a partire da Facebook.

È evidente che Facebook proponga usi diversificati, orientanti non solo alla relazione (Giaccardi 2010), ma è altresì vero che gli investimenti simbolici maggiori si manifestano su questo versante.

Gli usi relazionali, come emerso dal rapporto di ricerca di Chiara Giaccardi, comprendono l’uso organizzativo, quello denotativo, quello monitorante e il fatico.

Per uso relazionale organizzativo si intende lo sfruttamento del Social Network da parte degli utenti per combinare incontri, pianificare il tempo libero, darsi appuntamento, proporre rimpatriate, sfruttando la capacità del Social Network di poter raggiungere una molteplicità di soggetti nello stesso tempo e in maniera agevole.

L’uso relazionale denotativo rimanda alla possibilità offerta da Facebook di conversare e discutere su un contenuto specifico.

L’attività relazionale monitorante si esplica, invece, come controllo sui movimenti dei propri contatti, in una finalità di alimentazione della relazione, più che di intento voyeuristico fine a se stesso.

Da ultimo, l’uso relazionale fatico inteso come segnalazione della disponibilità al contatto e alla connessione costante.

Dall’analisi delle declinazioni che l’uso relazionale assume, è possibile trarre alcune considerazioni.

In primo luogo si evince la necessità del soggetto di sentirsi parte di una comunità: egli affonda le proprie radici nella territorialità effettivamente vissuta, ma anche in quella messa a disposizione dal Social Network. L’utente manifesta la sua presenza in rete per rimarcare la personale propensione al contatto e per sorvegliare le mosse degli “amici”, al fine di essere sempre al corrente di ciò che accade per evitare l’esclusione dentro e fuori Facebook. Ogni azione compiuta in Facebook diviene lo strumento per affermare tangibilmente la propria essenza, avvertita come labile all’interno della quotidianità.

Come evidenziano Elisabetta Locatelli e Sara Sampietro, infatti, la pubblicazione del materiale da parte dell’utente si realizza attraverso tre logiche concatenate: l’agire, l’esporre, il porre in relazione. L’azione costituisce l’insieme degli atti performativi posti in essere dal soggetto; l’esposizione inerisce alla produzione o condivisione di contenuti generati da altri che consentono di parlare di sé; la messa in relazione è l’inserimento della propria profilazione all’interno di una rete di contatti (Locatelli, Sampietro 2015).

L’importanza di rappresentarsi bene in rete, di cui la gestione delle relazioni è parte integrante, assume dunque un ruolo centrale nell’uso di Facebook e delle pagine Social in genere, considerate come «spazi protetti in cui possiamo sperimentare il nostro modo di relazionarci con gli altri» (Granelli 2006: 105).

Superata definitivamente l’idea che la virtualizzazione sia una derealizzazione (Levy 1997), il sé digitale diventa l’altra faccia del soggetto, quella da adoperare in rete, in una logica di pluripotenza embrionale dove l’apertura alla molteplicità delle cornici ontologiche possibili diviene più significativa della reale esperienza dell’una o dell’altra (Canevacci 1999).

In una progressiva esposizione della vita privata all’interno della sfera pubblica, sostenuta dall’ascesa del capitalismo emotivo (Illouz 2007) che elimina il limen tra l’io professionale e quello personale distruggendo l’intimità ricercata, il volto mostrato in Facebook acquisisce un’importanza sempre maggiore, portando a livelli estremi l’investimento simbolico riversato in esso (Lovink 2012).

In seconda battuta le dinamiche relazionali sono strettamente connesse alla struttura stessa di Facebook; Alessandro Denti sottolinea come la casa-Facebook sia un oikos trasparente e che, in quanto tale, consente uno sguardo verso l’interno da parte di tutto ciò che sta fuori e, contestualmente, la necessità di un controllo a tutela della propria dignità sociale da parte di chi sta dentro.

L’autorappresentazione all’interno delle pareti elettro-virtuali di Facebook, ovvero la definizione e la costruzione dell’immagine di sé, passa da meccanismi di manipolazione e cura per la presentazione della propria identità, volta a soddisfare il proprio sé ideale ma anche il sé educato con cui si desidera mostrarsi agli altri (Denti 2015).

Il significato simbolico conferito alle relazioni e l’architettura del Social Network in esame portano il materiale iconografico a giocare un ruolo cruciale; «il passaggio attraverso figure» caratterizzato da «visioni semileggenti e immediate» (Denti 2015: 98) è, infatti, il mezzo cardine per la creazione del contatto. La codificazione delle persone/utenti avviene, infatti, mettendo in atto quello che Susan Fiske e Shelley Taylor chiamano avarizia cognitiva: l’approccio valutativo iniziale, la cosiddetta prima impressione, è di tipo visuale e tende a utilizzare categorie pre-determinate e stereotipi al fine di crearsi un’idea del soggetto per preservare l’energia cognitiva e il carico a essa associato (Fiske e Taylor 2009).

La componente visuale, quindi, non solo costituisce un elemento fondante dei Social Network in genere, dal momento che una delle prime operazioni richieste è la produzione di un avatar, ma è anche la presenza delle immagini a occupare uno spazio sempre più consistente al loro interno, tanto che è possibile definire i media sociali come un  «fenomeno visualmente rilevante» (Gemini 2015: 105).

Infine, l’uso relazionale di Facebook svela la centralità del binomio essere/apparire: Chiara Giaccardi, a riguardo, sottolinea come nell’ambiente digitale «l’essere non viene ridotto e assorbito nell’apparire ma l’apparire rinvia a un essere» (Giaccardi 2010: 9).

In Facebook l’esistenza è data, infatti, dalla rappresentazione (Vittadini 2010), in cui converge anche la creazione e il mantenimento delle relazioni, nelle quali ciò che assume valore massimo è lo stare in sintonia, e dove «l’essere-con prevale nettamente sul parlare-di» (Giaccardi 2010: 9).

I soggetti appartenenti alla propria sfera relazionale in Facebook costituiscono il gruppo in cui ci si identifica e che, specularmente, contribuisce alla definizione della propria identità (Boyd 2014); i contatti vengono gestiti in base a diktat non scritti ma imperanti all’interno di Facebook, sulla base di procedure finalizzate a gestire le emozioni e a sostituirle con appropriati schemi visuali e verbali convenzionali sempre guidati dall’idea globale che si vuole dare di sé (Illouz 2007).

I meccanismi del Social Network, seppur guidati da logiche intrinseche, non devo essere valutati come atti simulatori del reale nell’accezione di finti o menzogneri, poiché in tal modo si presupporrebbe una dicotomia tra reale, intenso come presenza di realtà, e simulato, interpretabile come assenza di realtà, e si dovrebbe ricorrere alle categorie di vero o falso, improprie per questa distinzione (Boccia Artieri 1998).

La psicoterapeuta Paola Vinciguerra fa notare come il tipo di relazioni intessute in Facebook, qualora non si configurino come consolidamento di amicizie pregresse, siano basate su una comunicazione altamente pensata e correggibile e sull’assenza di un confronto, definibile davvero come tale, con l’altro[4]: esse lasciano ancorati alla posizione solitaria di partenza, pur mettendo a disposizione infinite possibilità di stabilire contatti.

Scrive Marc Augé (Augé 2015: 32):

 

Certamente ci sono delle solitudini che si consolano attraverso queste relazioni molto particolari che non sono propriamente sociali, né interattive, ma che ne danno l’impressione o l’illusione.

 

Eppure, anche nonostante Facebook e il suo panorama di potenziale a disposizione di ogni utente, il vuoto emotivo avvertito in partenza dall’utente non viene colmato (Liorni 2009); Facebook diventa il paradigma di quella necessità di sentirsi, di aver cioè la conferma che dagli altri si venga visti e percepiti, e di sentire, di avvertire cioè che non si è soli soli.

Per le sue dinamiche e per i risvolti assunti, Facebook crea però solo un sollievo momentaneo  a questo continuo desiderio relazionale.

Come afferma Clay Shirky (Shirky 2009: 119) «le rivoluzioni non avvengono quando le persone abbracciano nuove tecnologie, ma quando adottano nuovi comportamenti», non sarà, quindi, adoperando una nuova tecnologia che questa esigenza comunitario-relazionale potrà essere risolta; tutt’al più si potrà utilizzare Facebook come strumento coadiuvante nella fase di cambiamento che dovrà, però, scaturire da una modificazione dei comportamenti del singolo, del modo di pensare, del disancoraggio da un uso acritico dello strumento tecnologico.

Scrive Sherry Turkle (Turkle 2012: 373):

 

È troppo presto per arrendersi. Piuttosto credo che abbiamo raggiunto un punto di flessione, dove possiamo intravedere i costi e cominciare ad agire […]. Abbiamo consentito a un esperimento di cui siamo le cavie umane […]. Meritiamo di meglio. E se rammentiamo a noi stessi che siamo noi a decidere come tenere occupata la nostra tecnologia, avremo di meglio.

 

[1]Per approfondire si rimanda a http://www.digital4.biz/executive/approfondimenti/social-network-le-dimensioni-contano-studi-dimostrano-che-anche-online-il-numero-di-contatti_436721553.htm.

[2] Tale indice viene ripreso da Zygmunt Bauman in Modernità liquida per spiegare le trasformazioni che hanno interessato la comunità moderna a seguito dell’avvento della rete.

[3] Per il concetto antropologico di submodernità vedi Augé Marc, Non luoghi, Elèuthera, Milano 1992.

[4]  L’asserzione fatta da Paola Vinciguerra è ripresa dall’intervista da lei rilasciata al giornalista Marco Liorni per il saggio Facebook, tutti nel vortice, Armando Curcio Editore, Roma 2009.

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