Ti chiamerò come il mio primo bambolotto e come quel sogno che, nonostante tutto, non si è mai infranto.

 

Quando pronuncerò il tuo nome io sentirò echeggiare il rumore di quegli anni, di cui non esisteranno più gli sbagli ma solo i momenti migliori. Tra le cinque lettere del tuo nome io rivedrò riaprirsi la portiera della sua golf nera, in quel mercoledì sera di tanti anni fa, e tra le due sillabe scandite piano ci saranno un po’ dei suoi occhi neri, un po’ del suo profumo, qualcosa delle sue mani e dei suoi denti bianchi.

 

Ti chiamerò come il ragazzo della prima canzone che ho imparato, senza saperne il significato, quello che se ne andava e non tornava più, che non è più tornato e ha lasciato il suo nome sospeso, appeso alla porta della tua cameretta.

 

Lacan diceva che l’amore è innanzitutto amore per il nome e questo nome io lo amo tanto, per questo te lo metto addosso, non come un abito vecchio ma come un caldo drappo di cotone fresco.

Che tu possa starci dentro, senza i tormenti che a me hanno fatto perdere quel nome, che mi hanno impedito di richiamarlo.

 

Non ha niente di speciale; dicono che Marco sia un nome comune. Se sapessero la vita che c’è dentro, tutti lo vorrebbero portare. E io do a te questo nome, mio piccolo, grandissimo Amore.

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