Recensione di Annalisa Roeghiero

Se i sentimenti, come dice Maria Zambrano «sono la cosa più viva della nostra vita», essi sono anche «la più inafferrabile, la più pronta a sfumare e a lasciarci una specie di vuoto palpitante» e la poesia può essere il luogo di traduzione dell’indefinibilità del sentire e di ciò che lo abita. È forse in quest’ottica che si può collocare il focus attorno cui concentrarsi leggendo Estate corsara (Puntoacapo 2022), ultima pubblicazione di Alessandra Corbetta. La raccolta nasce da un elemento autobiografico, un’intensa e devastante storia d’amore accaduta (come l’amore accade) nell’estate dei calendari e della vita. Corsara è la gioia sfacciata ed effimera, è la luce degli anni belli che, temporaneamente poi verrà sottratta, corsara è la gioventù del corpo, già esaltata nell’opera precedente, Corpo della gioventù; corsaro inevitabilmente sarà, nella disillusione dell’adultità, il refrain della piena inconsapevolezza della stagione passata, indimenticata. L’attenzione di Corbetta non si sofferma tanto sulla descrizione delle peculiarità della relazione d’amore, né della persona amata che non viene nominata e di cui non si percepiscono tratti e personalità. E, paradossalmente accade, come ha ben evidenziato Dario Talarico, che relegando l’altro «da un lato all’anonimato, e pertanto alla negazione», dall’altro egli venga rivestito, «proprio in virtù della sua vacuità, del ruolo di regista invisibile e onnipresente, di non-nome che diviene assoluzione». Si parla comunque d’amore, concentrando però la riflessione sull’impervio e doloroso percorso successivo all’abbandono con il coraggio di attraversare, nella duplice dimensione spazio-temporale lo strappo, o meglio, l’assenza da mancanza, nel tentativo di ritrovare una nuova identità personale e relazionale.

Ecco la necessità di ripercorrere nel ricordo, attraverso la voce potente e irrinunciabile della parola poetica, quegli stessi luoghi, soprattutto toscani, vissuti insieme. Riattraversarli interrogandoli, quali testimoni del passaggio e del susseguirsi di emozioni contrastanti: dall’attesa alle corse, alle gioie condivise fino all’amarezza, al dubbio e al disincanto. Al dolore. Le strade, le piazze, i vicoli, i ponti, i semafori, le insegne, le luci delle città toscane, rimangono l’unica vera realtà eternizzabile: «Se piangi, Livorno dura per sempre». In questi scenari impera, magnificamente tradotta e interpretata attraverso il linguaggio icastico della parola, una significativa gestualità quotidiana frutto di un preciso sguardo analitico sulle dinamiche relazionali. Nella scrittura di Corbetta questo è uno degli elementi topici che, nello specifico, permette di tenere sotto controllo il possibile flusso emotivo del parlato.

Via via si percepisce, soprattutto nell’ultima sezione del libro la consapevolezza dell’acquisizione di un progressivo varco di distanza, zona franca d’osservazione del tempo passato. Non è l’amore vissuto il dettato poetico, si diceva, ma la sua assenza nell’attraversamento del dolore e la scrittura postuma diviene dunque salvifica. Lo sguardo di Alessandra è coraggioso, fermo e impietoso e lo status prevalente è di profonda insoddisfazione per l’incolpevole incompiutezza del disegno. Eppure è uno sguardo ancora partecipe e a tratti commosso.

Nella ricercata cura del verso, ritmico, profondo e a tratti ossimorico, il linguaggio è contemporaneo, assolutamente privo di termini aulici e tecnicismi ma la scrittura è matura, meditativa e convincente anche in virtù di una evidente riflessività che si percepisce soprattutto in certe riuscitissime chiuse: «La camminata a Monteriggioni resterà/ l’unico parto: dire l’indicibile con convinzione/ è stato mettere al mondo qualcosa». Oppure: «per dire nessuno qualcuno deve esserci stato». E anche: «Non volevo sapere e non l’ho saputo/ quanto è veloce la parola addio, / come passa inosservata in mezzo a una gioia brevissima».

Nulla sarà più come prima, qualcosa è cambiato per sempre dopo la gioia sfrontata della stagione prediletta. Non ci sono rimpianti né rimorsi per chi ha vissuto l’amore in piena consapevolezza e, soprattutto, non tutto è andato perduto. L’attrazione irresistibile e la passione assoluta dei sensi e dell’anima si sono tramutati in pathos inteso come patimento. Una sorta di dolore utile, dato che, dalla sofferenza si è originato un riorientamento conoscitivo: perché ricordiamolo, dell’estate corsara è stata messa in salvo non soltanto la cenere ma soprattutto la luce: «il sibilo è rimasto, di te – a me, la luce». Ciò che più conta. Questo sa compiere il miracolo della parola poetica quando riesce a portarci fuori dal tempo a capire chi siamo e cosa siamo diventati, quando riesce, di nuovo a rinominare il mondo.


Fine maggio


Era primavera e sotto l’equivoco tepore
del cambio di stagione, spariva
con una maglietta bianca e il ghigno
di chi mostra l’altra faccia della luna.
E mentre si apriva il varco dell’assenza
già si sapeva che finiva una stagione
che tutti i luoghi cambiavano di nome
ogni fiore ritornava capovolto nella terra.


I fantasmi lasciano la pelle intonsa,
non spengono la luce

6 agosto


Una qualunque sera d’estate
si mise fuori dal costante paragone:


aveva capelli più corti,


meno terra sotto le unghie.
Parlale. Chiedile sotto il crollo degli anni
chi si è salvato, cosa è stato messo al riparo.
Se il biglietto è stato strappato. Se
qualcuno ha tenuto in caldo il suo giro.
Stiamo tutti aspettando.
Da dentro. Da fuori.


Il signore dei palloncini tiene la spada in una mano,
nell’altra fiori

Tardi

È arrivata da dietro l’estate, sei passi
e poi un colpo alle spalle. Ci ha chiamati
con nomi più corti, non ci siamo girati:
eravamo già altri o l’una per l’altro
un tu
invertito da assolvere.


Chinare il capo è
la follia dei girasoli, ricorda